sabato 30 marzo 2013

Le nuvole acerbe di cieli malati...


E La vecchia  salta con l'Asta
Rino Gaetano



Solitario nel vecchio castello
consumando la triste vigilia
inedito : annaffia l'antico rampollo
coniato negli anni da antica famiglia
Non valse l'amore di tre cortigiane
per divietar l'emottoico pianto
nel rosso nettare di tre damigiane
l'erede è partito, il cavallo, il suo manto
Nella foresta di faggi segati
le nuvole acerbe di cieli malati
come gli illusi le assurde chimere
seguendo l'amore partì il cavaliere.
Tremila città tremila villaggi
la sagoma bianca striata dei faggi
scordò la sua terra scordò la sua casta
rimase una vecchia che salta con l'asta.
Salta la vecchia salta un bambino
nella penombra segata di un pino
la vecchia si ferma, il bimbo riposa
si chiude nei petali come la rosa.
Confida giocando alla vecchia incolore
la sua vecchia storia il suo vecchio amore
la vecchia racconta la favola antica
di quel cavaliere che cerca l'amica.
Nella foresta di faggi segati
le nuvole acerbe di cieli malati
come gli illusi le assurde chimere
seguendo l'amore partì il cavaliere.
Tremila città tremila villaggi
la sagoma bianca striata dei faggi
scordò la sua terra scordò la sua casta
rimase una vecchia che salta con l'asta.

venerdì 29 luglio 2011

Una stanza senza porte


Sono di fronte a questo telefono e so che dovrei usarlo, ma non ricordo più perché. So che dovrei chiamare qualcuno, scusarmi, ma non riesco a tirar fuori il nome di questa persona e, soprattutto, cosa c’è di così importante da dire.
Il mio compagno di stanza guarda televendite in tv, una signora molto gentile gli sta dicendo che è ora di andare. Il dove non riesco ad afferrrarlo.
Questa è la mia casa, da quanto? Un anno forse, o forse di più. Il tempo è relativo in questo posto e non scorre allo stesso modo in cui lo fa per la gente fuori.
Mi sembra di esserci da sempre.
Un’infermiera consegna pillole di felicità a tutti. Passa da me e si accerta che io la butti giù senza risputarla. Poi se ne va. Non mi guarda nemmeno in faccia, non sa chi sono e come mi chiamo e perché sono qua. Alle infermiere questo non interessa. Devono darci medicine, farci alzare la mattina e portarci a letto la sera, controllare che nessuno si agiti troppo e che ognuno stia al suo posto. Del resto, per loro siamo solo dei numeri su una cartellina.
Sono i dottori quelli che si interessano a noi, ci fanno parlare per ore, cercano di tirare fuori delle risposte e ci lasciano andare solo dopo averci ammonito e elencato una serie di buoni propositi da attuare durante il giorno.
Ne ho parlato ieri con il dottore, di questa telefonata. Gli ho detto che avrei dovuto farla, che era importante per la mia guarigione, ma adesso non so più perché.
Ricordo la mia solitudine in una casa buia e vuota. I mobili che mi accerchiavano e che ho dovuto fare a pezzi, per questo. I risvegli che mi lasciavano un senso di amarezza e a cui cercavo delle risposte che non avevo.
Ricordo che all’inizio mi mancavano dei pezzi, avevo dei vuoti che non riuscivo a colmare. La mattina mi svegliavo senza ricordare esattamente dove fossi, chi fossi. Mi guardavo allo specchio e non riconoscevo quel viso. Il mio viso, ma allora non me ne rendevo conto.
Ricordo le vertigini e la sensazione di cadere, la stanza che, intorno a me si muoveva. Non potevo farci niente. Non potevo fermarla.
Ricordo un tavolo. Due piatti, due bicchieri e una donna di fronte a me.
Ricordo il suo sguardo impaurito mentre le gridavo contro parole dure. Adesso posso vedere le sue lacrime, il suo dolore mentre io non capivo che cosa le stavo facendo.
Lei ha lottato con me, per me, ma io non potevo saperlo. Le facevo del male, e non me ne rendevo nemmeno conto. Lei era la mia compagna, la mia vita, ed io non la riconoscevo nemmeno.
Poi lei ha smesso di lottare. Ed io non l’ ho nemmeno saputo.
Quella cornetta mi sta dicendo che dovrei chiamarla. Dovrei dirle che mi dispiace per tutto quello che è successo, che non è stata colpa mia, io non volevo. Vorrei dirle si continuare a lottare con me, che posso guarire, che possiamo farcela assieme.
Dovrei chiamarla, così da non sentire più il suo dolore che mi accompagna ogni giorno.
Alzo la cornetta e ripenso alle parole da dirle. Lei ha il nome di un fiore. Lei profuma di rose. Rivedo il suo dolcissimo viso e, chissà perché, la sua immagine si accompagna a quella di un bambino. Il bambino è piccolo e sta dormendo, stringendosi tutto, in posizione fetale.
Lui la sente accarezzarlo, sussurrargli parole dolci, ma riesce a percepire anche le sue lacrime e tutto il dolore di un amore perso.
È un bambino bellissimo, e mi ricorda qualcosa, qualcuno che dovrei conoscere.
Riposo la cornetta e cerco di concentrarmi sul piccolo. Il suo volto l’ ho visto da sempre.
Adesso mi torna in mente che, tra poco, comincia l’ora di disegno. Devo andare o non potrò finire di colorare il volto di quel cartone animato che mi piace tanto.
Cos’è questo telefono? Questa cornetta che ci fa tra le mie mani?
Forse volevo giocarci. Forse avrei voluto chiamare Dio.
Adesso non è più importante, adesso non m’interessa più. Il mio amico Jimmy mi sta chiamando. Devo sbrigarmi o farò tardi alla lezione di disegno e la maestra mi sgriderà.




Ispirato da : http://insilenceblog.blogspot.com/2011/07/pick-up-phone-you-know-this-place.html#links

Pick up the phone, Notwist


Pick up the phone

You know this place, Conosci questo posto,
you know this gloom? conosci questa oscurità?
We've been here before Noi eravamo qui prima
When life is a loop,  Quando la vita era un loop (ciclo)
you're in a room without a door Tu sei in una stanza senza porte

Pick up the phone and answer me at last ,Prendi il telefono e rispondimi alla fine
Today I will step out of your past , Oggi uscirò dal tuo passato

"Trouble that we've come to know will stay with us"",  Il guaio è che siamo venuti a sapere che starai 

                                                                                       noi                      
with every step it slowly grows , ad ogni passo egli cresce lentamente
Rub off the rust ,Strofina la ruggine

Pick up the phone and answer me at last ,Prendi la cornetta e rispondimi alla fine
Today I will step out of your past Oggi uscirò dal tuo passato

venerdì 25 febbraio 2011

PILLOLE DI PAZZIA E SAGGEZZA IV


Morgan - altrove







Forse Già lo sai
che a volte la follia
sembra l'unica via
per la felicità.


C'era una volta un ragazzo
chiamato pazzo
e diceva "sto meglio in un pozzo
che su un piedistallo".

martedì 22 febbraio 2011

lunedì 21 febbraio 2011

Ero un cuore pesante da portare

Florence + the machines Heavy In Your Arms

CARO DIARIO 21 FEBBRAIO 2011ORE 16.00

Chi ha paura delle bambole?



Mi hanno sempre fatto paura le bambole di porcellana.
Da piccola me ne avevano regalata una, non potevo rifiutarla era il regalo per un evento importante.
Mia madre l'aveva poggiata su una sedia, di fronte al mio letto, ed io, la notte, con la luce sul comodino accesa, la vedevo fissarmi intensamente. Era come se volesse rimproverarmi qualcosa, sempre, e non la smetteva di seguirmi con quello sguardo inquietante.
Giocavo con le mie amiche e lei era lì, mi muovevo per la stanza e i suoi occhi non mi perdevano di vista.
La cosa strana era che se ti avvicinavi, se la prendevi in braccio e gli accarezzavi le gote rosse o il bel abito di pizzo, il suo spirito maligno spariva e tornava ad essere una dolce e innocente bambina. La mostravo ai miei parenti ogni volta che mia madre me lo comandava e pensavo che non c'era niente da aver paura, ma come la portavo, nuovamente, al suo posto il suo sguardo si trasformava in qualcosa di malvagio e mi ricordava che lei era lì per farmela pagare. Cosa aveva dovuto rimproverarmi non lo sapevo con precisione, ma non avevo alcun dubbio che qualcosa doveva esserci. Forse questo è dovuto all'innato senso di colpa che ci portiamo dietro dalla nascita, ma di questo ne parleremo in un altro post.
Dicevo.... ad un certo punto non ce l'ho più fatta e ho chiesto, piangendo, a mia madre di togliermi quella tortura. Oggi non so che fine abbia fatto quella bambola, forse è ancora nascosta in qualche armadio o più probabilmente si è rotta, grazie a qualcuno che ha ascoltato le mie preghiere.
Ma ancora oggi, a volte, rivedo quelle bambole di porcellana. Cammino al mio fianco, prendono il treno con me, siedono vicino al mio banco, fanno la fila in mensa dopo di me. Le vedo nel loro sguardo severo, le guance tinte di rosa e il sorriso innocente. Le vedo osservarmi, seguirmi e rimproverarmi dei miei peccati. So che mi prenderanno, prima o poi, che mi faranno del male ed io, stavolta, non posso chiedere a nessuno di portarle via da me.